Luce a Sud

Se ti convincono che nulla può cambiare, nulla cambierà

Come il San Carlo: il Sancarluccio patrimonio di Napoli. Oggi come ieri. SALVIAMOLO!

Come il San Carlo: il Sancarluccio patrimonio di Napoli. Oggi come ieri. SALVIAMOLO!.

Annunci
Lascia un commento »

Come il San Carlo: il Sancarluccio patrimonio di Napoli. Oggi come ieri. SALVIAMOLO!

Leggi il resto del post »

Lascia un commento »

La Scampia che vorrei raccontare…

Un pomeriggio di poco meno di una decina di anni fa, negli anni in cui lavoravo a Roma, mi trovai a girare uno “speciale” tra Scampia e Secondigliano, nel pieno svolgimento di una guerra di camorra. Il mio allora direttore – lavoravo per un’importante testata televisiva nazionale – voleva farne qualcosa di diverso, raccontare qualche storia positiva e io, allora ancora non consapevole di tante cose, gli diedi credito, lanciandomi a capofitto nell’impresa insieme a una schiera di colleghi milanesi giunti dal Nord e abbastanza inadeguati all’obiettivo, fatta eccezione per la mia amata “rasta” calabrese, pesce fuor d’acqua in quella redazione molto più di me.

Com’è, come non è, in realtà mi trovai a Scampia quasi per caso. La mia migliore amica all’epoca era la donna dell’allora sassofonista di un gruppo emergente, “tali Aseisette” mi spiegarono al telefono da Milano. Ovviamente mi misi a disposizione per cavarne un’intervista, spiegandogli che il gruppo si chiamava A67, come la legge 167 del 62, quella per favorire l’acquisizione di aree per l’edilizia economica e popolare, da cui prende il nome la zona, per i napoletani Asissantasett… A’67.

Mi ritrovai a casa di Daniele Sanzone, voce del gruppo, dove incontrai suo padre, Michele: e fu lui, appassionato artista, il primo ad aprirmi gli occhi, prospettandomi, tanti anni fa, la possibilità di un quartiere diverso, fatto dall’unione di tante brave persone e delle loro passioni come ne incontrai in quei giorni anche grazie a Daniele (che vive ancora lì). Ricordo i colori del Gridas (Pignataro era scomparso da pochissimo). Ricordo la scuola di fronte alle Vele, i bei disegni dei bambini, le loro storie (usate impudicamente dalla mia ex tv, dalla quale mi licenziai qualche tempo dopo).

La vita poi, mi ci ha riportato a Scampia. Quando ho scelto di mollare tutto, di tornare a Napoli, di fare dell’impegno civile e della lotta al sistema la mia vita, ci sono dovuta tornare per forza a Scampia. Non se ne può prescindere.

Scampia è Napoli. Ne è l’emblema. E se non ci convinciamo che se non cambia Scampia non cambia Napoli vuol dire che non abbiamo ancora capito nulla di questa città che ha visto tutti, da Bassolino alla Iervolino fino a De Magistris, indistintamente utilizzare Scampia in campagna elettorale con promesse di investimenti (abbattimento vele, università, nuovi centri di ascolto: quante volte le abbiamo sentite le stesse nenie). Poi – una volta eletti – tutti altrettanto bravi a usarla ancora come passerella solo ed esclusivamente alla visita del ministro dell’Interno di turno e in occasione di omicidi o arresti particolarmente spettacolari.

L’altra Scampia no. Quella non fa spettacolo né notizia. Colpisce però qualche cuore desideroso di cambiamento. Illumina la mente e dà energia e voglia di fare. Non può succedervi diversamente se vi capita per caso, come è accaduto a me, di trovarvi ad ascoltare Ciro Corona quando racconta della sua R-esistenza Anticamorra, un’associazione che ha restituto a ragazzi con un futuro da “sentinelle” della droga la possibilità di sedersi sui banchi di scuola. E’ stato lui che mi ha acceso la lampadina, non la solita polemica su Saviano, sterile come continuare a parlare di “Gomorra” a sette anni dalla sua uscita.

Per chi non conoscesse i fatti: il presidente dell’VIII municipalità, Angelo Pisani, ha negato l’autorizzazione a una società di Sky che ha comprato i diritti di “Gomorra” per realizzare a Scampia una fiction. Il diniego ha ovviamente scatenato Saviano in quello che tutti chiamano “Video di Repubblica”, ossia una foto di Saviano con la sua voce di sottofondo. “Non è oscurando la parte già buia – spiega lo scrittore nella registrazione – che si cambia un territorio che rischia di restare un ghetto marginale”. Per poi concludere: “Io continuerò a raccontare” .
Gli risponde Ciro Corona: “Caro Roberto, lungi dall’alimentare la sterile polemica volevo solo chiarirti che la posizione delle associazioni e della popolazione di Scampia è leggermente diversa da quanto hai dichiarato nel video di Repubblica. Difendere la dignità di persone che son quotidianamente violentate dallo sciacallaggio mediatico non è censura. Da anni (anche grazie al tuo Gomorra) attuiamo un lavoro di decostruzione dei modelli camorristici, spingiamo i figli dei boss a tornare a scuola, a venire a lavorare sui beni confiscati alla camorra, a fare il “Pacco alla camorra”. Pensiamo che la spettacolarizzazione della vita del boss sia solo nociva per il percorso intrapreso ma soprattutto che il quartiere sia cambiato rispetto a quello che tu raccontavi qualche anno fa. Oggi c’è voglia di riscatto, di cambiamento, di libertà. Certo la camorra ammazza ancora e lo fa addirittura fuori una scuola ma oggi mentre loro ammazzano a scampia ci son persone che si recano allo sportello anticamorra per denunciare, i ragazzi lavorano sui beni confiscati, lasciano il “lavoro” di sentinelle e tornano a scuola, vedono il poliziotto non piu’ come lo sbirro infame. Ecco, il quartiere oggi è anche questo, non solo boss, vele, neomelodici e morti ammazzati. Rivendicare cio’ non è censura, è salvaguardare un percorso culturale di anni di lavoro. La tua parola ha un potere immenso, porta con se’ cambiamenti e influenze anche e soprattutto sull’opininone pubblica. Ci aspettiamo che tu tenga presente di quanto detto e di quanti percorsi de vita possa interrompere un eventuale scellerato film sulle vite dei “figli di nessuno”.
Scampia è di chi la vive. E chi la vive deve esserne la voce. Io mi domando la Scampia che vuole raccontare Saviano, dove è che la vista? Da quanto tempo non mette piede Saviano sul territorio di Scampia? Ed è possibile che uno scrittore autore di un romanzo – un romanzo, ripeto – di successo uscito sette anni fa, unico suo autentico successo letterario, abbia più autorevolezza delle voci di chi su quel territorio vive, lavora, combatte? No, non è più possibile. Non si può accettare più.
Ed è questo che è cambiato profondamente in questi quasi dieci anni a Scampia e che mi rende fiera e felice di essere tornata a Napoli per sempre.
Quella Scampia non ci sta più, Scampia si ribella. Scampia ha dimostrato mai come questa volta di essere viva. E tutti noi abbiamo il dovere di rifiutare un racconto monocorde e ormai stantio e di lottare insieme a lei.

Lascia un commento »

Ma voi lo sapete cos’è poi la cucuzzata?

E lasciamo perdere il teatro di Pulcinella andato deserto, lasciamo perdere le strade di San Gregorio Armeno invase dal mercato cinese pur se sempre suggestive, evitiamo di parlare delle mancate luminarie a Chiaia, trasferite su un lungomare deserto, o di quelle tricolorate a via Roma, prese in saldi da Alemanno. Lasciamo perdere pure la Cantata dei pastori con Barra per soli due giorni o il suo surrogato in cartoon, che sarà sicuramente bellissimo anche perché napoletano ma che non è il teatro. Lasciamo finanche perdere la crisi, la campagna elettorale già iniziata, i dolori familiari che a Natale si acuiscono e sembrano enormi mentre ci conviviamo tranquillamente gli altri 364 giorni all’anno… Ecco, lasciamo perdere tutto questo.
MA NON POSSO RESTARE IN SILENZIO DI FRONTE ALL’ASSOLUTA MANCANZA IN OGNI DOVE DELLA CUCUZZATA CON CUI CONDIRE GLI STRUFFOLI!

Lascia un commento »

Quella insana puzza di bassolinismo che ammorba Napoli

Senza appassionarmi più di tanto alle polemiche del coglione (o cogliona) di turno che gettano fango sulla città – in quello sport orribile che con Nando, il mio compagno di vita e lotta, abbiamo ribattezzato “Sputtanapoli” per cui se ti scippano il rolex a Napoli la colpa è della città e se te lo scippano a Milano la colpa è di un emigrato meridionale –  in questi mesi di disoccupazione e ritorno a Napoli definitivo, sento nell’aria un olezzo già noto. Io ricordo bene, come tanti napoletani, gli anni del bassolinismo più sfrenato, i primi 90, quando vivevo ancora qui, lavoravo alla redazione del Tempo e combattevo, con un manipolo di colleghi pazzi, il conformismo politico della mia città, che sempre ha bisogno di un re, di un santo, di un Masaniello sul quale dirottare le proprie speranze senza muovere una sola pacca per far sì che la città si risollevi davvero. Sarà che tra poco li rivedrò tutti i colleghi di allora, sarà che sul gruppo fb del Comune di Napoli c’è una schiera di difensori d’ufficio del Robespierre partenopeo, De Magistris, da far venir l’orticaria, ma mi è tornata in mente la guerra senza frontiere che noi giovani giornalisti sfrenati combattevamo allora, in una città dove c’erano – all’epoca – solo tre quotidiani: Mattino, Repubblica e Tempo, con i primi due schierati sempre in area bassolinana e noi soli  a rompere le uova nel paniere a Don Antonio. Una voce piuttosto forte, comunque fastidiosa. L’unica redazione che mi manca, tra le tante che ho frequentato da allora, è proprio quella lì: esperienza di libertà irripetibile, esperienza di vita unica. Era bello essere una voce fuori dal coro: nella mia carriera professionale non mi è capitato mai più e la strada poi percorsa da battitore libero alla fine non è mai stata altrettanto soddisfacente. Tutti noi poi abbiamo preso altri percorsi, il Tempo chiuse e credo di non esagerare quando dico che il 90 per cento dei giornalisti di allora sono andati via da Napoli. Allora, almeno all’inizio del mandato di Bassolino, bisogna ammettere che alcuni segnali di cambiamento erano visibili: la città aveva comunque cambiato faccia, anche grazie a una serie di contingenze fortuite (il G7, l’intervento di Ciampi, finanziamenti per rifare piazze e strade da Bruxelles, seconda repubblica in fase d’avvio). E Bassolino aveva un buon ufficio stampa, che lo faceva apparire sempre meglio di quanto in realtà non fosse. Oggi che abbiamo un nuovo Bassolino, più giovane e con meno storia politica alle spalle, la città però non mostra segni di miglioramento, nemmeno in questa fase iniziale dove chi vuole illudersi ancora che questa classe dirigente possa fare qualcosa di buono per Napoli dovrebbe scorgere almeno qualche barlume. Ad esempio la Ztl, subito cavalcata come tema di battaglia dalla destra antisistemica (quella istituzionale dorme), mi spiegate quali benefici ha portato alla città? Non è la polemica per la polemica, ma mi spiegate che senso ha blindare il centro storico e non offrire alternative per raggiungerlo? E’ mai possibile che uno degli ultimi baluardi storici della città, San Gregorio Armeno, la strada dei pastori (si, vero, ormai invasa anche dai Cinesi, ma la globalizzazione di merda non risparmia nemmeno le identità più forti) dove da piccola andavo con mio padre a comprare pecorelle e laghetti artificiali, sia quasi deserto? Cioé nell’unico posto di Napoli dove mi hanno borseggiata in 43 anni di vita ieri non ho dovuto nemmeno preoccuparmi di salvare la borsa dalla calca… allora se sindaco sei e se davvero vuoi bene a Napoli come dici (anche se sei interista) non puoi lasciare morire gli ultimi artigiani, gli ultimi artisti, gli ultimi “identitari”. Non puoi trasformare via Duomo in una via dello shopping che non è mai stata, piazza Dante in un’arena chiusa… senza offrire a chi ci lavora delle possibilità per non morire. Perché quel pubblico magnifico che per tuo culo ti circonda, quando vai ad esempio al San Paolo a fingere di entusiasmarti alle prodezze di Cavani fianco a fianco a De Laurentis, prima o poi quel culo non te lo lascia intatto caro sindaco. E i tuoi supporter in servizio permanente effettivo, anche quelli si stancheranno. E allora potrai cercare di salvarti come fece Bassolino, riciclandoti altrove, un ministero, una presidenza di Regione, una nuova auto blu e un nuovo super stipendio… ma Napoli, satura di puzze d’inganni, stavolta non ti perdonerà. Quella meravigliosa e civile Napoli che ogni domenica incontri allo stadio. Quella Napoli che merita di più dell’opportunista di turno: ad esempio il ritorno dei suoi figli non solo per le feste di Natale.

1 Commento »

Se a Napoli sopravvive l’antagonismo ideologico lo dobbiamo anche a Giggino

E’ davvero molto coerente il sindaco De Magistris. Presentatosi come l’uomo nuovo, nè di Destra nè di Sinistra, pronto a immolarsi quale salvatore della città, ha poi dovuto gettare la maschera, chiedendo sottobanco e sopra, in più di un’occasione, l’appoggio di piazza dei centri sociali (salvo poi non aprire bocca quando alcuni leader antagonisti sono stati perquisiti come calzini dopo gli scontri di Roma). Doveva, dunque, il nostro Giggino Settebellezze, necessariamente gettare benzina sul fuoco schierandosi contro il corteo che il 26 novembre prossimo ha organizzato Casa Pound Napoli contro la “svendita dell’Italia”, una roba che sa di muffa nazionalista, che manco negli anni settanta avrebbe avuto presa. Il punto, però, è un altro: in una città civile, che ambisce a tornare Capitale del Mezzogiorno, un sindaco che vorrebbe fare il capoccia di un nuovo movimento meridionalista non può permettersi di aizzare scontri ideologici fuori tempo. I nemici, per i poveri eredi di Destra e Sinistra che ancora si camuffano dietro queste barriere cadute praticamente quasi in tutto l’Universo, dovrebbero essere unici, soprattutto qui al Sud: e si chiamano banche, poteri forti, lobby massoniche. Qualcuno lo spieghi a Giggino, tra una comparsata e l’altra. Perché quelle due parole anticorteo sono state cacchie di provocare da una parte lo stop al corteo dei neofascisti e dall’altra di far muovere i dei gruppi antagonisti di estrema sinistra con controcortei. Ma soprattutto di dare l’immagine di una città ferma nel suo tempo peggiore.  E incapace di muovere battaglie serie, vere. Come quella contro l’idea snocciolata da Monti, ieri al Senato, di un Sud che sopravvive solo grazie all’assistenzialismo. Una cosa sulla quale De Magistris non ha manco saputo balbettare una dichiarazione in difesa… altro che uomo nuovo.

Lascia un commento »

Prima abbattere i luoghi comuni. Poi riscoprire l’identità

Anzitutto cominciamo con l’abbattere i luoghi comuni su Napoli. Uno di questo vuole che le “intelligenze” siano andate tutte via, lasciando una città orfana, satura solo di desolazione e cervellini vuoti… Una prova vivente eccola qui, tornata dopo 15 anni (tiè). Un’altra si chiama Ilaria, una delle mie amiche piu’ importanti, una sorta di sorella minore onnipresente. Ebbene tra tutte le mie amiche Ilaria è l’unica che è rimasta a Napoli negli ultimi due decenni: brillante, intelligente, cazzuta, grandissima penna, pur se spesso nascosta dietro a un pilastro, dopo aver buttato 15 anni di sangue all’Università e averne speso un altro mucchietto ad arrangiarsi mamma… Ilaria sta ‘ascenn!! Insomma: se c’hai il fuoco, prima o poi bruci. E lei ne è una prova vivente. Anche se alla soglia dei quaranta, uagliò, le opportunità possono arrivare anche qui, prima o poi. Soprattutto se hai talento. Poi certo, è come dice lei, tanti bravi sono a spasso. Ma tanti che a mio avviso valgono ben meno di lei (Parrella docet, non volermene Ilà, tu te la magni a quella..) invece dalla città sono stati osannati anche troppo, conquistandosi lo scenario nazionale e internazionale.

Di quarantenni divisi per due la città comunque è piena, ma c’è tanto, tanto, tanto da lavorare. A loro dedica l’apertura sul web l’indisponente Corriere del Mezzogiorno, diretto da quel Marco Demarco che dopo aver stilato, senza alzare le pacche dalla scrivania, un libro chiamato Terronisti (termine per altro affatto coniato da lui come millanta) oggi si assurge a esperto di Sud, quando è stato per anni in letargo, assistendo con mezzo occhio chiuso alla devastazione della città pro mano bassoliniana, salvo poi inventarsi oppositore last minute. Ebbene il Corriere mette insieme due “file” di postadolescenti. Quelli che poche ore fa hanno sfilato per le vie della città (ancora?) contro la Gelmini, cavalcati dai soliti Cobas e gruppuscoli vari. E quelli, sempre della stessa età, che stanno da ore e ore in fila fuori al megastore di H&M che inaugurava oggi a via Toledo…

A un occhio disattento i secondi starebbero più inguaiati dei primi. Io però non la penso così: non si può essere consapevoli e poi ispirarsi agli Occupy di Wall Street o agli Indignatos di Barcellona. In questo Napoli sembra non voler uscire da questa sua visione provinciale del mondo, così bisognosa di “scopiazzare” proteste e mode ribelli, quando davvero poco ci vorrebbe a farsi una battaglia tutta propria, una battaglia dal Sud per il Sud, che di motivi ce ne sarebbero un diluvio.

Resta quel pizzico di malinconia pensando al bel Palazzo Liberty che ha ospitato per tanti anni la Rinascente, di cui nessuno di loro ricorderà: ma del resto in quella di Roma ora c’è Zara, dunque non veniteci a dire che solo noi, a Napoli, abbiamo dimenticato storie e virtù (dei tempi andati, quelli in cui a Napoli si protestava per l’apertura del McDonald, vera campagna bipartisan di un tempo che fu, non vi direi, per non mortificarvi troppo, belli bellini).

Tutto questo per dire che per me una battaglia non legata all’identità è una non-battaglia, ma una semplice tendenza cavalcabile dalla qualunque (e da chiunque). Per questo non vedo la differenza tra quelli che urlano slogan che manco comprendono (provate a intervistarli) e quelli che vogliono comprare la collezione di abitini a basso costo disegnata da Madonna… mano male che di ragazzi, mi restano i miei.

Lascia un commento »

Orfanelle ‘sti cazzi

E insomma sul Corriere si racconta di queste giovani baciate dalla fortuna caimanica, che adesso si senton sole e muy tristi. Le chiamano le orfanelle. Con i ragazzi di Insorgenza si parla spesso di donne e politica. Di come sia difficile che una ventenne di oggi si ponga in chiave antisistemica, combattendo contro i poteri forti, il signoraggio bancario, lo sfruttamento del Sud, le bugie storiche, i luoghi comuni, di come siano rare le ragazze militanti, impegnate, agguerrite…  chiamatemi maschilista, ma mi sembra che le ragazzine si facciano ingabbiare piu’ facilmente, anche grazie a questi modelli osceni di donne in politica. Ecco, più che la fine del governo Berlusconi, che ci sta poco da stappare spumante dal momento che stiamo consegnando l’Italia alle Banche senza manco firmare un rogito, una cartuscella che ci garantisca qualche miglioria, io stappo una bottiglia per celebrare la fine delle orfanelle. Sicuramente il simbolo piu’ significativo del berlusconismo è questa pletora di ragazze da letto senza qualità. Un motivo in più per tornare a far politica davvero. Donne (vere) ci siete?

1 Commento »

Eccomi qui…

Semplicemente per raccontarvi un’altra mia vita. Quella che volevo.

Lascia un commento »

11 undici 11

Cominciamo da qui.

Lascia un commento »