Luce a Sud

Se ti convincono che nulla può cambiare, nulla cambierà

Come il San Carlo: il Sancarluccio patrimonio di Napoli. Oggi come ieri. SALVIAMOLO!

su 15 giugno 2013

Sono stata una bambina fortunata. Sono nata a Napoli.

Sono stata una bambina fortunata perché, nascendo a Napoli, ho imparato subito ad amare il palcoscenico. Non solo quello offerto dalla natura e dalla storia quando da via Aniello Falcone ti affacci sul golfo e la vedi, sempre radiosa, dominata dal Vesuvio e con quel castello che galleggia nel bel mezzo dell’acqua , che tanto mi è mancato negli anni in cui ero via. Ma anche quelli fatti di assi in legno che fin da piccola ho avuto la fortuna di poter ammirare: quelli dei teatri napoletani

Fin da piccola il teatro a Napoli è stato subito parte integrante della mia vita. Mia nonna, Anna Visco di Marigliano, la madre di mio padre, da bambina mi sottoponeva al rito del San Carlo. Per lei, nobile d’altri tempi, straordinariamente stravagante, incredibilmente vitale e, soprattutto, ciecamente innamorata di suo figlio addirittura più di quanto non lo fossi io, non esisteva al mondo che una bambina di buona famiglia non frequentasse normalmente il San Carlo, soprattutto la primogenita del suo rampollo. Ragion per cui il San Carlo era d’obbligo  per me. Ed io, bimbetta di sei-sette anni, ero brava a nasconderle la mia profonda noia di fronte all’opera o ai concerti diretti dal maestro “nome altisonante” che non conoscevo, nè capivo assolutamente.

Era giorno di festa, però, quando c’era il balletto.

Mia nonna mi vestiva con degli abitini deliziosi, che custodiva per me per le grandi occasioni, e mi conduceva sul palchetto abituale, dove spesso e volentieri ci raggiungeva la sua amica del cuore Lidia, una versione di mia nonna un po’ più giovane e più robusta, ma con gli stessi vezzi di mia nonna, tra cui un’invidiabile collezione di occhiali da sole da bancarella di ogni forma e colore.

Una volta che cominciava lo spettacolo, che in quel caso invece mi affascinava, soprattutto se si trattava di uno Schiaccianoci o di qualche altro classico a me comprensibile, iniziava anche la lotta tra mia nonna e la sua amica Lidia per chi dovesse guardare più da vicino i ballerini con l’unico binocolo che in genere, se andava bene, era giunto sul palco del San Carlo. Capitava quasi sempre infatti che una delle due, che avevano in comune anche il vezzo della distrazione, avesse dimenticato il suo in un’altra microborsetta da teatro, lasciata a casa perché non abbinabile con l’elegante toilettes scelta per la serata.

Se a danzare, poi, c’era Paolo Bortoluzzi (madonna, nonna, se ci penso oggi, quanto ti sono grata: ho visto tanti artisti giganteschi grazie a te!) il divertimento per me era massimo.

Nonna e Lidia, infatti, impazzivano per Paolo Bortoluzzi: e quando c’era lui in scena sul palco del San Carlo la guerra per il binocolino viveva la sua battaglia più cruenta.

Il San Carlo… anni dopo ci sono tornata in più occasioni, quasi tutte di lavoro. Era il periodo in assoluto più felice della mia vita professionale: quello in cui potevo scrivere su un giornale locale di Napoli, a Napoli, della mia grande passione, il teatro. E mi pagucchiavano anche, per guardare e scrivere ogni giorno di teatro. Un  privilegio durato troppo poco. A Napoli, visto il prestigio dei suoi palcoscenici, un grande privilegio.

Ricordo la mia unica volta sulle quinte del San Carlo – da giornalista, sia chiaro –  all’inseguimento di Roberto De Simone, che in quei giorni curava la regia di uno spettacolo. Dovevo intervistarlo su un artista che ho sempre amato tantissimo, Raffaele Viviani, intervista che – come nella tradizione del Maestro – si trasformo’ in parte in una sfuriata contro le istituzioni colpevoli di grave indifferenza nei confronti della nostra cultura, della nostra storia, del nostro patrimonio, anche autoriale. Ricordo quella occasione in particolare perché mi è indimenticabile la vista del San Carlo tutto intero, visto dalla prospettiva del palcoscenico.

E a proposito di Viviani, anche lui  era entrato presto nella mia vita, stavolta grazie all’altra mia nonna, Eugenia Martini, dei Martini di Santa Giusta, pure lei discendente da nobili, ma affatto d’altri tempi nello stile di vita e nei modi. Classe 1917, mia nonna aveva frequentato le scuole, l’allora glorioso istituto Suor Orsola Benincasa (dove oggi insegna mia sorella Anna e dove per 40 anni ha insegnato mia madre), con Luciana Viviani, poi diventata attivista comunista e parlamentare del Pci, che rincontrava di tanto in tanto, insieme ad altre arzillissime nonne, in una sorta di “compagne di scuola” versione ultrasettantenni.

Luciana e nonna, che fin dai tempi della scuola tutti chiamavano Genietta, avevano solo 4 giorni di differenza. La prima del 2 settembre, del 6 settembre l’altra. Non so se anche per questa vicinanza di date, mia nonna, quando era ragazzetta, aveva avuto il privilegio di essere invitata, piu’ volte,  a teatro dalla sua compagna di scuola, per vedere Viviani dal vivo, forse all’Eden, forse altrove, quasi certamente in un teatro che a Napoli oggi non c’è più.  Ne rimase entusiasta. Non lo dimenticò mai.

Di “Fifi Rino”, il “gagà” aristocratico napoletanizzato, inventato da Viviani, ripreso poi anche da Totò, fu da lei che ne sentii parlare la prima volta, in qualche rimbrotto sfottò in cui nonna Genietta era maestra. Solo da adulta, e grazie anche a quell’intervista a De Simone sulla “lingua vivianea”, mi innamorai della lingua napoletana scritta da Viviani, che mi fece un po’ abbandonare il mio primo innamoramento in lingua, per il ben più artefatto – e sicuramente meno grande – Eduardo De Filippo. Ma quale scoperta fu per me, mentre leggevo le opere di Viviani regalatemi da Roberta Russo, la figlia di Tato, scoprire che ne conoscevo già molte grazie ai racconti di mia nonna, grandissima narratrice e eccezionale scrittrice di storie, purtroppo mai sbocciata, da lei inventate soprattutto per i bambini.

Il teatro è stato il mio companatico fin da piccola insomma.  E a Napoli l’ho vissuto in tutti i suoi contesti. Da più grandicella ad esempio, grazie a mia madre Egle che di tanto in tanto, conoscendo il mio amore per il palcoscenico, mi portava insieme alle sue colleghe “abbonate” al teatro  in sostituzione dell’assente di turno, sono rimaste per me altrettanto indimenticabili alcune “pomeridiane” del Sannazaro, la “bomboniera” di via Chiaia, dove recitavano Luisa Conte e i fratelli Taranto, e dove molti anni dopo vidi Giacomo Rizzo, Enzo Cannavale (e più tardi, sempre per lavoro, ne seguii le sorti dopo la scomparsa della Conte e fino ai primi allestimenti di Cafè Chantant della nipote, Lara Sansone). O, ancora, stavolta grazie a mio padre, è rimasta indelebile per me l’allestimento al Teatro Nuovo di uno “strano spettacolo” come diceva lui, come quella volta in Sala Assoli con la Confalone che faceva “Mamme” di Ruccello. Con lui, Annibale, fu un amore pazzo che iniziò lì e non è mai finito. E poi anni dopo sempre “Mamme” diretto da Pierpaolo Sepe, per me uno dei migliori allestimenti mai fatti di Ruccello, che mi fece conoscere quei tre attori lì (mi scusi la quarta, non ricordo chi fosse): Monica Nappo, Massimo Andrei, Arturo Cirillo, il cui percorso artistico non ho più perso di vista in tutta la mia vita. Gli spettacoli che non dimentichi più… gli attori che non dimentichi più (e sono attori di teatro, costumisti, registi, alcuni miei cari amici come Gianfranco Gallo, anche lui figlio di una generazione di palcoscenici, tanto per dirne uno non a caso).

sancarluccio

Anche per questo potrei scrivere pagine e pagine sul mio rapporto con i teatri di Napoli, che ha segnato oltretutto la mia formazione. Ma mi fermo qui. Magari ne parlerò altrove, poi. Mi fermo qui, non prima di invitarvi a fare due passi verso via San Pasquale a Chiaia per andare a firmare, oggi, a partire dalle 19, la petizione per salvare un teatro che per molti rappresenta ancora quella geniale commistione tutta partenopea per cui la tradizione e l’innovazione si “ammischiano” magistralmente. E così puo’ capitarti un Beckett o un teatrino di burattini e sai di essere lì, nel palcoscenico che fu del compianto Franco Nico, che oggi la sua compagna di vita e scena, Pina Cipriani, cerca di mantenere aperto.

Anche al Sancarluccio il mio debutto da spettatrice fu da piccola e fu un giorno magico, magico davvero, indelebile. Abituata al San Carlo, quello grande, non potevo ancora immaginare che il teatro fosse anche altro, divertimento, risate crasse. Fu mio padre, Antonio, non poteva essere diversamente, a portarmi a vedere il teatrino di Pulcinella, nel periodo natalizio. Che belli quei burattini! Tanto belli che quest’anno non ho potuto fare a meno di portarci le mie, di bambine (le figlie del mio compagno) a divertirsi, che non c’è niente, niente di più bello di un pubblico di bambini, che parla con chi è sul palco, senza filtri. Pubblico vero, pubblico popolare. Pubblico di cui c’è bisogno, reattivo. Non contaminato, non formale.

Il Sancarluccio non può e non deve chiudere.  Il Sancarluccio è un patrimonio di Napoli, proprio come il San Carlo entrambi fanno parte della nostra identità. Un patrimonio da salvare, non solo con promesse – come hanno fatto le nostre istituzioni – ma con atti concreti.

Gli occhi brilluccicosi di Aurora e Arianna in quella sala, lo scorso Natale, voglio vederli ancora brillare. E scommetto anche che chi è arrivato fino a questo punto abbia a cuore le sorti del Sancarluccio (sì, quel posto dove recitava anche Massimo Troisi)…

Perciò, stasera, si vi capita, se potete, portate i bambini a teatro, mi raccomando.

E fate capire loro quanto sono fortunati a essere nati nella città con il palcoscenico e i palcoscenici più belli del mondo.

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